Monfils ha chiuso il primo set giocandogli esclusivamente
sul dritto nell’ultimo punto. Chiamato ad effettuare dritti
difensivi in top spin in allungo, Djokovic non ha avuto la
necessaria condizione fisica con il braccio per dare la giusta
frustata alla palla, eseguendo sempre colpi corti e attaccabili
e indietreggiando progressivamente.

 

La parziale revisione del suo gioco, insomma, è stata in parte
studiata e in parte fisiologica e naturale, di fronte alle
difficoltà fisiche. Nonostante la sconfitta contro Chung,
Djokovic ha dimostrato intelligenza e umiltà per ripartire
attraverso nuove certezze che lo facciano uscire dal periodo
difficile in un’ottica soprattutto di lungo termine. Dopotutto
il suo periodo di purgatorio è stato lungo, espressione di
tante concause e difficile da arginare, se non con una forza
mentale che dia un respiro più ampio alle proprie aspettative e
al lavoro quotidiano, verso un percorso lungimirante di
risalita.

Sic transit gloria mundi

«Alla minima cosa che non va nel mio corpo, non sono in grado
di giocare al livello necessario per battere i miei avversari»
scriveva Djokovic nella sua autobiografia Serve and win
(tradotto come Il punto vincente). Era il 2013,
unico anno in cui non ha concluso la stagione da Numero 1 del
ranking, tra il 2011 e il 2015 compresi. Djokovic all’epoca non
aveva ancora sperimentato cosa significasse perdere
ripetutamente nei primi turni, come nel 2017. Il suo calo è
coinciso con il conseguimento del career Grand Slam,
vincendo il Roland Garros del 2016 e completando l’ultimo
tassello mancante. Una sorta di software infallibile mascherato
da giocatore di tennis (Nick Kyrgios disse più di un anno fa:
«Quando vedo Djokovic negli spogliatoi, ho paura») si è
ritrovato improvvisamente a combattere contro i propri limiti
come qualsiasi altro giocatore normale.

Nella recente intervista a Sport360, al momento del
ritorno, Djokovic ha parlato dei suoi problemi di questi ultimi
mesi, insistendo esclusivamente sui dolori al gomito: «Per un
anno e mezzo è stato come andare sulle montagne russe. Nel
corso della mia carriera non avevo mai saltato un torneo del
Grande Slam. È stata una decisione difficile (saltare l’ultimo
US Open, nda), che non sono stato in grado di prendere
fino a quando non è diventata inevitabile. Non riuscivo più a
giocare, praticamente non riuscivo più ad alzare il braccio.
Grazie all’infortunio ho imparato una lezione importante: non
voglio permettere mai più a un infortunio di arrivare fino a
quel punto».

Il modo in cui descrive il suo problema fisico («praticamente
non riuscivo più ad alzare il braccio») fa pensare alla
classica epicondilite (il gomito del tennista, in altre
parole), una patologia da usura che spesso si manifesta con
movimenti biomeccanici non corretti nell’esecuzione dei colpi o
con una non accurata prevenzione, tra preparazione muscolare e
stretching. L’off season tra 2016 e 2017 poteva essere un buon
momento per concentrare la lunga preparazione invernale alla
risoluzione di quel problema, ma la situazione è peggiorata
fino al ritiro contro Berdych ai quarti di finale dell’ultimo
Wimbledon.

Proprio il tema della scarsa preparazione è stato tirato in
ballo dal suo ex coach, Boris Becker, a proposito del calo di
Djokovic di fine 2016 «Negli ultimi mesi Novak non ha passato
abbastanza tempo sui campi di allenamento, non come avrebbe
dovuto. E lui lo sa». Djokovic nel suo libro diceva di
allenarsi otto ore al giorno, in quella che lui definiva
«giornata libera», nel suo periodo d’oro (negli anni
2011, 2012, 2013), mentre nel 2007, da ragazzino, diceva di
allenarsi «in maniera ossessiva, quattordici ore al giorno
tutti i giorni (…) ed è così che sono diventato uno dei dieci
tennisti più forti del mondo». Non è impossibile da sostenere,
pur non potendo documentare direttamente, che le ore
giornaliere di lavoro in campo dopo la vittoria al Roland
Garros siano state minori di quelle indicate
nell’autobiografia.

Ma sarebbe troppo limitante attribuire al solo problema al
gomito l’inizio del declino di Djokovic, che il suo storico ex
coach Marian Vajda aveva sinistramente preannunciato proprio
appena dopo il successo al Roland Garros. Pepe Imaz, che nel
box di Djokovic ricopre la funzione di psicologo nonostante
venga dispregiativamente etichettato come guru spirituale, ha
detto che «dopo il Roland Garros è come se fosse esploso, il
fisico chiedeva una pausa e lui non gliel’ha concessa». Una
frase nella quale non è difficile riconoscere la volontà di
Imaz di difendere il proprio lavoro, traslando la questione al
solo problema fisico, ma con un fondo di verità. Dopotutto
Djokovic non è sembrato in difficoltà soltanto nella parte
superiore del corpo, e con il gomito specialmente, quanto in
misura praticamente uguale anche nella parte inferiore: sotto
accusa, in questo senso, anche la dieta vegana che Djokovic ha
intrapreso, mal sopportata da Becker che lo avrebbe costretto a
mangiare pesce saltuariamente.

È addirittura filtrato che Djokovic avrebbe passato una crisi
matrimoniale per colpa di un suo tradimento alla moglie con
un’attrice indiana, Deepika Padukone, con la quale è stato
fotografato in un locale a Los Angeles. In effetti Becker, al
momento della fine della loro collaborazione, ha detto: «Novak
ha scelto di passare più tempo con la famiglia, ma i campioni
di tennis devono anche saper essere egoisti», mentre quella del
problema familiare è una tesi sostenuta anche da McEnroe,
segnale evidente che sia una voce circolata nell’ambiente.

In sostanza, nonostante nessuno abbia fatto una precisa
ricostruzione dei fatti, non è impossibile ipotizzare che un
singolo evento abbia potuto provocare la progressiva caduta di
tanti pezzi del grande castello di invincibilità di Djokovic.
Il career Grand Slam raggiunto ha scaricato di
motivazioni Djokovic, evidentemente già saturo di stimoli viste
le perplessità di Vajda all’epoca. Ma non si può neanche
ignorare l’età che avanza – Djokovic va per i 31 anni – e il
fatto che il suo gioco, basandosi molto più sull’elasticità
muscolare che non su forza e resistenza, possa invecchiare
prima rispetto a quello di altri giocatori con caratteristiche
differenti.

Numero Uno

«Il grande dono del tennis è stata l’opportunità di
viaggiare, che mi ha permesso di conoscere altre culture. (…)
Per esempio, uno degli aspetti della medicina cinese che mi ha
aiutato di più è la teoria dell’orologio del corpo, ovvero
l’idea che il nostro fisico rispetti una precisa scansione
oraria nel corso della giornata, e che ogni organo dedichi una
parte del tempo a curare sé stesso». Questo è un altro
passo della sua autobiografia, forse il più significativo
sull’organizzazione della propria vita e del metodo di lavoro
che Djokovic si è dato negli anni. Per tanto tempo Djokovic ha
lasciato la sensazione che nulla, nella totalità delle sue
prestazioni, fosse fuori dal suo esasperato controllo. Un
perfetto esempio di quella componente ossessiva che
ricorre spesso nei racconti di Federico Buffa sui grandi
campioni: Djokovic, più di altri e probabilmente anche più di
Nadal, ha realmente elevato il concetto di cosa significhi
dominare il circuito tennistico.

Il suo riferimento, nel tempo, è diventato proprio Nadal. Il
duello tra il serbo e lo spagnolo è stato il più feroce e
intenso negli ultimi anni, pur non essendo spettacolare per
confronto di stili come quello tra Federer e lo stesso Nadal.
Ma in nessun altro testa a testa, nel tennis contemporaneo, due
giocatori si sono spinti così in avanti sotto tutti gli
aspetti, migliorandosi reciprocamente, costantemente e,
appunto, ossessivamente.

Le partite tra Nadal e Djokovic sono state le più brutali,
sottovalutate per contenuti tecnici e per intelligenza tattica,
con una componente di battaglia di ego anche maggiore a quella
tra Nadal e Federer. Ma non appena ha perso 6 volte consecutive
contro Djokovic nel 2011, di cui 2 sulla terra, Nadal non ha
esitato a procurarsi un attrezzo più pesante in testa e a
migliorare il dritto lungolinea, che gli è tornato più volte
utile contro il serbo. Se Federer ha stabilito nuovi
inarrivabili standard di combinazione tra talento purissimo,
equilibrio mentale e duro lavoro per sconfiggere il tempo,
Nadal e soprattutto Djokovic hanno alzato l’asticella sulle
potenzialità del tennis verso il futuro sotto tutti gli
aspetti, sulla mentalità e sulle capacità atletiche in
particolare.



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