“Questo è forse il peggior discorso di ringraziamento della
storia”. Naomi Osaka fatica a parlare perché le scappa
da ridere. La ragazza nera con gli occhi a mandorla sul
centrale di Indian Wells non riesce a stare seria davanti a
quel trofeo che si è appena conquistata. Sotto gli occhi di
15mila persone, con la bandiera del suo Giappone che le
sventola alle spalle. Quella coppa di vetro è la quinta più
importante nel mondo del tennis, seconda solo ai tornei dello
Slam, e lei in carriera non aveva mai vinto nemmeno una coppa
del nonno. Né a livello juniores, né da professionista Wta:
niente. Mai un successo e poi boom: trionfo a Indian
Wells
, “il quinto Slam”. Roba da non credere. E così Naomi,
che sul passaporto ha scritto Osaka alle voci “cognome” e
“luogo di nascita”, figlia di una giapponese e di un haitiano
ma residente in Florida da quando aveva 3 anni, ride e si
interrompe, timida e buffa, sul centrale californiano. Non era
pronta a ringraziare “ehm, vediamo, il mio staff, gli amici, la
mia famiglia, Sascha… chi altro? Dimentico qualcuno? Beh,
chiaro, gli sponsor… Ah, certo, i raccattapalle! Loro sono
super simpatici”. E giù applausi e risate.



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