L’efficacia del Brasile nell’attacco in verticale. Coutinho
(esterno sinistro alto del 4-3-3) si smarca internamente e
sfrutta le buone capacità di Miranda nel passaggio taglia-linee
in un corridoio strettissimo tra Gündogan e Goretzka. Marcelo
si alza per occupare l’ampiezza ma sul simultaneo scatto in
profondità di Gabriel Jesus e Paulinho, Coutinho servirà il
centravanti del City.

In attacco Tite potrà scegliere tra la rapidità e i movimenti
in area di rigore di Gabriel Jesus (che sembra partire
favorito) e le maggiori qualità in rifinitura e di raccordo di
Firmino, che però sembra in svantaggio sul centravanti del City
visto che la trequarti è già monopolizzata, o quasi, da Neymar.
Più difficile invece un passaggio al 4-2-3-1, rinunciando a uno
tra Gabriel Jesus e Firmino e uno tra Willian e Douglas Costa,
facendo a meno in quel caso degli inserimenti di Paulinho e
schierando la diga Casemiro-Fernandinho. L’ostinazione con cui
Tite ha insistito sul 4-3-3 difficilmente può farlo tornare
indietro, anche perché con il 4-2-3-1 cambierebbero bruscamente
diversi meccanismi difensivi che in questo momento sembrano
essere addirittura la priorità, in netto contrasto con il credo
calcistico storico della Seleção.

In difesa mancheranno Alex Sandro per scelta tecnica (Tite ha
preferito la maggiore solidità difensiva di Filipe Luis) e Dani
Alves per un infortunio al legamento del ginocchio destro. Il
CT brasiliano è tornato a dare piena fiducia alla coppia di
grande esperienza Miranda-Thiago Silva, sfruttando anche il
loro ormai antico affiatamento, sacrificando Marquinhos. La
volontà di Tite di impostare un pressing medio-alto, visto
anche nelle amichevoli contro squadre dotate tecnicamente come
Germania e Croazia, potrebbe mettere in difficoltà il difensore
dell’Inter a difendere un campo più lungo anziché schierato
nella propria trequarti, ma per ora tutti i meccanismi
difensivi del Brasile sembrano funzionare piuttosto bene e
potrebbero tornare utili nel Mondiale per dare grande solidità
nelle partite secche contro squadre forti. La varietà di
soluzioni possibili per i verdeoro potrebbe paradossalmente
rappresentare un problema, ma al contempo è ciò che li rende
una delle Nazionali favorite per vincere il Mondiale, per
alcuni addirittura la favorita assoluta.

 

La Svizzera ha fatto un grande girone di qualificazione (quasi
punteggio pieno!). Quali sono i suoi principali punti di forza
e dove può arrivare?

Francesco Lisanti: Soltanto una sconfitta a Lisbona
nell’ultima giornata ha macchiato il girone di qualificazione
perfetto della Svizzera, a quel punto costretta a superare il
turno di playoff, per via della differenza reti inferiore
rispetto al Portogallo. Le precedenti nove vittorie
consecutive, però, avevano mostrato una squadra in salute, con
una serie di caratteristiche tipiche di quella fascia di mezzo
in cui gli ottavi sembrano un obiettivo realistico e tutto il
resto fuori portata (il Messico dell’Europa Centrale, si
potrebbe dire).

La Svizzera è una squadra versatile, che sa difendersi con
accortezza e sa muovere il pallone a terra con rapidità se il
contesto lo richiede. Per fotografare questa capacità di
adattamento è sufficiente prendere in esame le due amichevoli
giocate nel giro di una settimana contro Panama e Spagna: la
prima si è conclusa con un rotondo 6-0, e il 61% di possesso
palla per gli svizzeri, la seconda con un sorprendente 1-1, e
il 35% di possesso palla.

È anche una squadra che di rado si complica la vita e non ha
problemi a imporre la sua superiorità contro le squadre dal
tasso tecnico inferiore. Lo ha fatto con il minimo sforzo nel
girone di qualificazione, conteso con Ungheria, Lettonia,
Andorra e Isole Faroe, e con qualche incertezza di troppo nel
turno di playoff con l’Irlanda del Nord, piegata grazie a un
rigore di dubbia natura. In breve, è una squadra sempre
difficile da battere.

La storia recente della Svizzera è costellata di eliminazioni a
testa alta maturate nei finali di partita. Questa è la stessa
Nazionale che nel 2006 superò il girone al primo posto, sopra
la Francia vice-campione, poi fu eliminata ai rigori
dall’Ucraina. Che nel 2010 sconfisse la Spagna futura
vincitrice, poi fu eliminata a un quarto d’ora dalla fine dal
Cile (e da un grande passaggio di Valdivia). Che nel 2014
costrinse l’Argentina al pari fino a due minuti dalla fine dei
supplementari, poi Messi e Di María decisero fosse passato
anche troppo tempo (beffa ulteriore: qualche secondo dopo
Dzemaili colpì un palo a pochi passi dalla porta). Che negli
Europei 2016, volendo fermarsi al ciclo di Petkovic, ha
concesso solo 2 gol in 390 minuti di competizione, poi è stata
eliminata dalla Polonia ancora agli ottavi, ancora ai rigori.

Non è tanto una questione di tenacia e solidità come tratti
identitari del movimento calcistico svizzero, quanto di
continuità tecnica. Questa Nazionale è letteralmente la stessa
del 2014: 15 dei 23 convocati avevano già preso parte alla
spedizione brasiliana con Hitzfeld, e sarebbero stati 16 se
Mehmedi non si fosse infortunato. Petkovic avrebbe comunque
voluto portarlo con sé, ma in un atto di altruismo l’esterno
del Wolfsburg ha preferito tirarsi indietro («ho dovuto
decidere con la testa, e non con il cuore»).

Il ricambio generazionale si è avvertito soltanto tra i pali,
dove Sommer ha preso il posto di Benaglio, e al centro della
difesa, dove Schär e Akanji hanno sostituito Djorou e Von
Bergen. Per il resto, il tempo sembra essersi fermato: il
modulo base è ancora il 4-3-3, le fasce sono ancora sigillate
da Rodríguez e Lichtsteiner, il centrocampo è ancora affidato a
Xhaka e Behrami, la produzione offensiva pende ancora
dall’estro di Shaqiri e Dzemaili, in attacco è ancora vivo il
ballottaggio tra Drmic e Seferovic, con il terzo incomodo
Gavranovic pronto a insidiare le gerarchie.



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